“Negli spogliatoi i suoi giocatori sono obbligati a indossare i pantaloncini?”. “Certo che no, sono una professionista, scelgo i giocatori in base al pene”. La prima coach donna ad allenare una squadra di calcio maschile tedesca: Imke Wubbenhorst si presenta così alla stampa, con una risposta ironica ma d’impatto ad una domanda che ha più a che fare col pregiudizio e col sessismo più che con il calcio e le competenze dell’allenatrice.

Prima di continuare però è giusto chiarire un paio di punti importanti. Nonostante quanto si è erroneamente detto sui giornali, la squadra allenata ora dalla Wubbenhorst non milita nel calcio professionistico, bensì nella quinta divisione tedesca, ultimo step del dilettantismo, appena prima dei campionati regionali semi-professionistici. A difesa della stampa però, la compagine femminile del VP Cloppenburg, dove la donna allenava prima di essere promossa a guida della prima squadra maschile, milita in 2° Bundesliga. Si è letto anche che Imke sarebbe la prima donna ad allenare una squadra maschile, questo è vero se si parla di Germania, ma in Italia come dimenticarci di Carolina Morace alla guida della Viterbese di Gaucci in Serie C1 nel 1999, che ha fatto entrare nella storia l’ex bomber azzurra come prima donna allenatrice nel calcio professionistico maschile.

Tornando invece a parlare di imke Wubbenhorst, una centrocampista, che, fino ai 16 anni aveva militato nel Wallinghausen uomini per l’assenza di squadre femminili nella sua regione e, dopo aver vinto i campionati Europei con la nazionale teutonica under 19 ed aver messo insieme quasi 100 presenze nell’Amburgo SV, la sua sfrontatezza e il carattere forte sono sicuramente armi che la coach dovrà usare sapientemente per superare indenne le ultime reticenze e i pregiudizi in un mondo che, nonostante le parole di circostanza, in molti continuano a vedere per “soli uomini”.

Ma la ragazza è tosta ed ha insistito: “Anche se, sinceramente, nel ventunesimo secolo, non mi sarei mai aspettata tante resistenze e perplessità per un allenatore donna di una squadra maschile. Nei sette anni e mezzo che ho vissuto nel club, ho sempre cercato il dialogo tecnico coi colleghi uomini ma non mi davano retta, semplicemente perché sono donna. Eppure, non avevano mai lavorato con analisi video, ed avrei tanto voluto dirgli: ‘Amico, lasciamo parlare un attimo col tuo allenatore e lo inchiodo al muro coi miei argomenti'”.

Imke però non ha tempo per compiacersi della posizione meritatamente conquistata grazie ai risultati con la compagine femminile, e non si illude: “Vorrei tanto pensare che la scelta è caduta sulla mia figura perché possiedo il patentino di allenatore A, perché ho un pedigree importante anche come giocatrice della nazionale, perché ho tanto studiato lo sport, e sono anche pedagogo, oltre ad aver già allenato tanto. Anche se tutto è successo perché l’allenatore, Olaf Blancke, ha accettato l’offerta dei rivali e la mia società ha trovato più conveniente, anche finanziariamente, favorire una soluzione interna”.

A prescindere però dai motivi che hanno portato Imke Wubbenhorst alla guida del VP Cloppenburg, ultimo e a rischio retrocessione, questo può essere un passo importante per la crescita e la maturazione non solo di questo magnifico sport, ma anche di tante persone ancora troppo arretrate mentalmente.

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